Focus sui vitigni Piwi a Ferrara

Forse non tutti lo conoscono, ma il vitigno Piwi, oltre ad aver salvato la viticoltura europea a fine ottocento, quando un parassita ne minacciò l'esistenza, stanno andando incontro ad una sempre maggiore diffusione anche in Italia. 
Una giornata dedicata proprio allo studio di questa varietà di uva, il cui nome completo "Pilzwiderstandfähig" significa letteralmente “resistente ai funghi e alle malattie crittogamiche”, è andata in scena sabato 25 marzo all’Agriturismo Principessa Pio di Ferrara, dove un gruppo di viticoltori del Trentino Altro Adige ha fatto tappa per raccontare la propria esperienza e far assaggiare i risultati della vinificazione di queste nuove varietà che si affiancano a quelle tradizionali.

Oggi tra le varietà Piwi più diffuse ci sono uve con nomi esotici come Bronner, Johanniter, Prior, Solaris, Cabernet Cortis e Muscaris e Gamaret: nel Registro nazionale delle varietà delle viti se ne contano 19: 10 a bacca bianca e 9 a bacca nera. In Italia il pioniere è stato Rudi Niedermayr di Maso Gandberg (Appiano sulla Strada del Vino, in provincia di Bolzano), piccola azienda agricola che oggi porta il nome del figlio Thomas Niedermayr, che con grande passione e impegno sta proseguendo la strada del padre. Ma vitigni Piwi si trovano al momento anche in Veneto, Trentino, Alto Adige, Friuli Venezia Giulia e Lombardia.
Queste varietà resistenti non richiedono trattamenti chimici con conseguenti benefici in termini ambientali per tutti ed economici per gli agricoltori. L’uva è cresce sana e si difende da sola. I vitigni Piwi permettono poi l’introduzione della viticoltura in ambienti dove le condizioni climatiche o di pendenza la rendevano fino a oggi impraticabile. Inoltre il numero limitato di trattamenti in campagna riduce anche quello degli infortuni sul lavoro, che in alcune zone d’Italia, proprio a causa della loro conformità, sono ancora assurdamente troppo frequenti.

“Le varietà ibride naturali – spiega Thomas Niedermayr – possono rappresentare davvero il futuro della viticoltura e permettere a chi lavora in vigna di riscoprire che cosa può dare la terra libera da ogni tipo di trattamento. Eliminando in cantina anche tutti i prodotti enologici tradizionalmente utilizzati per trasformare l’uva in vino, i vini sono ogni anno leggermente diversi perché raccontano quelle che sono state le esperienze e i cambiamenti che le uve hanno sperimentato in vigna. L’uso di prodotti enologici in cantina rischierebbe di farci dimenticare che cos’è e cosa può dare realmente l’uva che abbiamo nei nostri vigneti, dando vita a vini sempre uguali a prescindere dall’andamento delle stagioni”.